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I Episodio (ventinovesimo e trentesimo giorno di Ampiles dell'anno 635)


Il mio nome é Larth. Ho ricordi di me, bambino, tra le oche che razzolavano vicino allo stagno, ed i cerchi provocati dai sassi lanciati nello specchio d'acqua che generavano un fuggi fuggi di rane e libellule. Fu allora che Vel, l'Anziano, venne a chiedere di me, e mi annunciarono che avrei dovuto seguire quel nobile e strano personaggio con il cappello a punta.

Ricordo il suo sguardo bonario ed il mio stupore per la sua prima richiesta: lavarmi le mani e seguirlo; c'era molto da camminare, dalla campagna di Tuskana a Velx, dove avrei iniziato la mia nuova vita. Ricordo anche che non ero ne' triste ne' allegro, giusto un po' curioso... nuova vita? Mi chiedevo, sarà meglio o peggio di quella fatta fino ad ora?

Adesso quei giorni sono lontani, persi nel passato, e quello che allora era l'incerto futuro oggi è il mio presente; e riesco anche a vedere altro futuro, le cose che dovranno accadere, grazie ai messaggi che gli dei mi mandano e che Vel mi ha appreso ad interpretare…

Ripenso a quel bambino che seguiva l'anziano Aruspice con un sorriso e un po' di nostalgia. Avere il dono della conoscenza è un grande peso che spesso non è ripagato. Quando osservo una giovane fanciulla emozionata dal primo corteggiamento la vedo invecchiata precocemente, vedova e afflitta dai debiti; quando osservo il ragazzo che gioca alla guerra, vedo il suo funerale di giovane guerriero... il mio non è un dono ma una maledizione.

Conoscere il destino non significa cambiarlo, ma solo prepararsi ad esso. Gli dei infatti non dimenticano e non cambiano idea facilmente.


Adesso sono Larth l'Aruspice, ho sostituito Vel l'Anziano quando Vanth lo chiamò a se' e lo accompagnò nel suo viaggio senza ritorno per Aita. Sono il più anziano seguace di Tages nella bella città di Velx e dormo poco poiché tutti hanno bisogno del mio sapere...

Il tempo che Northia e gli altri dei hanno dato al nostro popolo sta per compiersi, ma per qualche generazione si potrà ancora continuare a veder crescere fanciulle e fanciulli affinché continuino a lanciare sassi negli stagni e pascolare le oche, e magari diventare prodi guerrieri o saggi osservatori degli astri...


Se avrete la pazienza di ascoltarmi vi racconterò ciò che successe nella mia città, alla fine del mese di Ampiles dell'anno 635 della storia del popolo Rasna.

Tutto iniziò, a Velx, con la luna piena... e molta gente era in arrivo nella nostra città.

Io avevo letto dei segni premonitori ma non ne avevo capito l'importanza. Una leggerezza imperdonabile, anche se non avrebbe potuto cambiare il destino tracciato da Tinia e Northia, avrebbe forse potuto aiutarci a meglio affrontarlo e forse anche a salvare qualche vita innocente.

Da poco erano giunti due mercanti, Vel Vanno, figlio di Arunte e Vulca di Rasela con la sua bella cartaginese di nome Nadira e avevano destato subito dell'interesse. Il primo per le sue merci esotiche e il secondo per le sue abilità ad attirare i guai. La ragazza aveva presto trovato lavoro nella principale locanda di Velx, gestita da Larce Calisna dagli occhi imperscrutabili. Vulca aveva a sua volta trovato un accordo con quest'ultimo ed avuto la concessione di aprire in uno dei suoi vani una sala da gioco. Questo locale richiamava molti avventori, ma nello stesso tempo era fonte di guai: la maggior parte dei clienti usciva con meno gorgoni di quanti ne avesse prima di entrare, e magari malediva Northia per la malasorte non sapendo che neppure ella aveva il potere di fermare le mani di Vulca quando era intento a maneggiare dadi e monete... e lui era instancabile: dopo la sua fuga forzata da Corinto, di notte, inseguito dalle guardie, dai creditori e dalla peggiore feccia di quella città - che è la peggiore in quanto a feccia di tutto il mediterraneo - non aveva trovato pace, e la semplicità di molti abitanti di Velx gli aveva rinforzato cuore e destrezza. E, ora che finalmente iniziava di nuovo a riempire i suoi sacchetti con il denaro, non intendeva fermarsi... intanto Nadira cercava di apprendere i Misteri avvicinandosi ai templi perché sapeva dentro di se' che quello di inserviente di locanda non sarebbe mai stato il suo mestiere futuro ma solo un capitolo oscuro e faticoso della sua vita.

Vel, invece, con la vendita delle sue merci esotiche, sperava di rifarsi dei danni economici subiti in Grecia durante il suo ultimo soggiorno.

E forse i loro sogni si sarebbero avverati e non sarebbe accaduto niente degno di nota se a Velx non fossero giunti anche degli stranieri.


Picus l'Asklaie era entrato, scudo in spalla, di buon mattino dalla porta scea. Arkuve Hatli, lo zilath di Velx, l'aveva accolto e subito capito che si trattava di un ospite importante. Non un semplice mercenario vagabondo, come cercava di apparire, ma qualcuno che aveva qualcosa da raccontare, pur essendo un tipo taciturno, a chi sapeva leggere i suoi silenzi. Aveva anche percepito che non era amico dei romani, fatto che aveva diminuito la naturale avversione dello zilath per i non etruschi. Anche io avevo visto in lui una energia non comune che non si sarebbe estinta facilmente, pronta a combattere anche contro il proprio destino...


Da nord erano giunti anche un gruppo di Senoni. Ben altra era stata l'accoglienza per i rappresentanti di quel popolo che aveva spazzato via la dodecapoli etrusca del nord in pochi anni. La loro forza e il vigore facevano di loro un popolo antico eppure sempre nuovo, perché, a parte poche eccezioni, non aveva memoria ma viveva delle sensazioni che respirava al momento, e, come il cinghiale o il cervo, erano subito pronti a repentini cambi di direzione ed umore. Belli ed imprevedibili, ma soprattutto indomabili... eppure loro, come il loro popolo, destinati ad una fine tragica. Il loro capo, che si faceva chiamare Beleno, era accompagnato da valorosi e solidi soldati baffuti, i più imponenti dei quali erano Talam e Adiatorix.


Aule Acuilna, il Maru, era preoccupato. Le spese, per la città, erano molte, le truppe poche, perché il corpo di spedizione inviato a Velzna da due settimane aveva sguarnito la città pericolosamente, e così tanti stranieri potevano innescare problemi non di poco conto, soprattutto con una persona come Vulca che riusciva ad attirare guai come il miele fa con le mosche...

Io condividevo la sua preoccupazione, ma mi astenevo dall'intervenire; Arkuve, lo Zilath, aveva già dimostrato buone capacità organizzative e mi sembrava inopportuno insistere una volta esternate le mie percezioni. I segni erano stati confusi e non ero certo di quello che avevo visto.

Ad ogni modo, con Laris Tute a capo delle guardie, si poteva stare tranquilli; non solo la sua abilità nel manovrare la lancia era proverbiale, ma la sua inflessibilità e rettitudine erano più che accertate.


Quella mattina, che avrebbe accolto tanti stranieri nella nostra città, per me era iniziata con la solita visita al santuario di Turan. Tiu Alethnas, come sempre, mi aveva preceduto e avevo fatto il mio sacrificio in sua presenza. Ancora digiuno mi ero poi diretto insieme a Marce, il Camti di Tarquinia, al Fanu, per compiere una cerimonia di aruspicina minore. L'uovo era stato sacrificato secondo il rituale e nel giusto modo e i segni erano chiari, anche se subito non avevo capito a cosa si riferivano: Vetis aveva avuto tre vittime, e su Uni c'era un grande segno positivo. Io vedevo quindi tre morti e un amore o un matrimonio in vista. Marce era d'accordo con me, e proprio mentre stavamo discutendo di questo, le guardie arrivarono in gran carriera per avvertire lo Zilath che avevano rinvenuto tre cadaveri presso le porte della città. Io e Marce non abbiamo potuto fare a meno di sorridere, non per i morti di cui ci spiaceva, ma del fatto che gli dei erano stati così chiari e precisi e che la nostra interpretazione si fosse rivelata esatta. Non si sfugge a Northia...

Dopo una breve indagine si era scoperto l'accaduto: Vulca (che lui fosse coinvolto era prevedibile anche senza bisogno di indagini...) durante la notte aveva deciso di smaltire una sbornia fuori le mura (ma lui aveva asserito che voleva solo prendere aria) quando era stato avvicinato e poi aggredito da tre loschi individui, e mentre veniva colpito in modo poi rivelatosi non grave, veniva salvato dall'intervento di Beleno e dei suoi celti, accampati nei pressi. Essi infatti si erano svegliati di soprassalto quando avevano sentito rumori e grida emessi da questi briganti prima di mettersi in caccia delle loro vittime e, quando avevano sentito le urla dell'aggressione, non avevano perso tempo ed erano intervenuti uccidendo gli assalitori e salvando quindi il malcapitato mercante.

Dopo aver perquisito i cadaveri ed aver raccolto le testimonianze, si era capito che questi assalitori erano certamente dei membri della temibile setta degli “Hirpi Sorani”, che per quanto segreta e ridotta di numero, era ancora presente soprattutto nelle campagne della Tuscia.

Intanto, il mercato cittadino si era animato, Lucina con le sue calzature, Vania la guaritrice con le sue erbe, pozioni e unguenti, Vel Vanno e le sue merci esotiche e Vel Unata il lanternaio, si erano messi al lavoro di buona lena.

Nella mattinata era anche giunto Kratos, un greco di Cuma, mercante di armi e mercenario nello stesso tempo. Il Maru si impegnò ad acquistare le armi che Kratos aveva portato, scudi e lance, per equipaggiare in modo completo le guardie di Velx. In effetti, il materiale del greco era di ottima qualità, e gli oplon erano veramente impressionanti. Le guardie dimostrarono subito di gradire i nuovi acquisti...


Ma ben presto la maggior parte della popolazione veniva convocata nella sala del trono per la quotidiana udienza.

Da generazioni ormai su quel trono non sedeva più un Lauchme (il Re-Sacerdote dei Rasna), ma uno Zilath (eletto ogni anno dal consiglio della città), e nonostante questo la sostanza non era cambiata, ne' di molto l'aspetto di questa stanza. L'ascia bipenne vergata, simbolo del potere e della giustizia Rasna, era alla destra di Arkuve, le guardie schierate agli ingressi e all'esterno avrebbero assicurato che tutto si svolgesse secondo la norma.

Ma questo consiglio si era riunito dopo che i nobili della città si erano consultati; fra i più importanti Arkuve Hatli, Laris Tute e Maxtarna Vineia, (solo i rappresentanti della famiglia Masni e dei Satie non erano presenti, impegnati nei loro affari fuori città...) e avevano valutato che la presenza dei celti era una minaccia alla stabilità ed anche un pericolo latente. Inoltre, se come gli stessi celti asserivano, erano solo l'avanguardia di un gruppo più numeroso, era essenziale che venissero messi in condizione di non nuocere o perlomeno che fossero tenuti sotto stretta osservazione... questa era stata l'essenza dei loro discorsi... purtroppo non si erano avveduti che alcune orecchie indiscrete avevano ascoltato parte di questa conversazione...


Dopo la dissertazione sulle questioni ordinarie, vennero presentati all'assemblea gli ospiti stranieri, tra cui Pikus ed i celti di Beleno; venne poi portato a conoscenza dei convenuti l'incidente occorso a Vulca. L'intervento dei celti fu lodato, ma alla fine il Maru decise di applicare una sanzione nei confronti di Vulca, che considerava responsabile dello spiacevole episodio, data la sua mancata adesione al coprifuoco. Le proteste del mercante, soprattutto dopo essere venuto a conoscenza dell'entità della multa, furono messe presto a tacere, ma furono uno spettacolo per molti....

Pochi altri discorsi conclusero l'udienza.

E come tradizione voleva alla fine dell'assemblea, tutti i presenti, compresi gli ospiti stranieri, bevvero un boccale di vino.

Ma di lì a poco capitò il primo fatto tragico della giornata. Non si sa da chi e non si sa perché, ma il vino contenuto nella tazza offerta a Beleno, il capo dei celti, era avvelenato. Inutili i tentativi di guarirlo, moriva poco dopo. Le guardie arrestarono subito chi l'aveva porta, un etrusco da poco al servizio dell'oste, di nome Curuna. Il processo fu veloce poiché il colpevole rifiutava di dire chi era il mandante o se era stata una sua iniziativa. Curuna continuava a dirsi innocente per cui il suo destino fu affidato al “Phersu”. Un duello rituale avrebbe deciso se diceva la verità oppure no...

Il Phersu però, contrariamente alla tradizione che voleva un etrusco a condurre il mastino-giustiziere, fu interpretato dal celta Adiatorix, il quale, in un combattimento dalla fine prevedibile, non si decise a uccidere il condannato, che bendato, nonostante fosse armato di mazza, non oppose una seria resistenza; Adiatorix si risolse a ferirlo, seppur gravemente, in quanto convinto, come la maggior parte dei celti, che il processo era una farsa e che il vero colpevole era da ricercarsi altrove. Il ferito però morì comunque poco dopo per le ferite riportate, senza proferire parola, lasciando, un velo di sospetto su alcuni nobili, ed i celti ancora più desolati per la perdita del loro re ed ulteriormente alterati per quella che loro giudicavano una mancanza di giustizia.


Questo loro stato d'animo sarebbe stato foriero di tragici sviluppi...

Intanto durante la giornata e in gran segreto, avvolta da un alone di mistero, in città giunse anche una Sibilla con una sua ancella.


Nel pomeriggio, una sorta di inquietudine che animò i presenti aveva dato il via ad alcune attività esplorative; dopo aver consultato la sibilla, insediatasi nel santuario e disposta a vaticinare, molti riuscirono a capire il significato dei sogni che avevano avuto durante la notte e molti dubbi si erano dipanati, ma ne erano emersi di nuovi...

Furono in molti a servirsi dei vaticini della saggia veggente e per alcuni furono fondamentali le parole da lei mormorate...

Purtroppo Vel Vanno, il mercante, avventuratosi da solo lungo il fiume Flora, si scontrava con alcuni briganti, che lo derubavano e lo ferivano al ventre... il suo ritorno verso la città, aiutato dal barbiere Arunte, avrà una tragica svolta. La ferita infatti, in apparenza superficiale, era in verità profonda ed una emorragia interna gli sarebbe stata fatale... appena giunto alle porte della città, Vel spirava fra atroci sofferenze...


Le guardie, guidate da Laris, insieme al nobile Maxtarna, a Picus, Kratos, Marce il Camti di Tarquinia e me stesso, si misero quindi alla caccia di questi briganti; Picus aveva inoltre espresso la volontà di visitare il santuario di Nethuns, sito lungo il fiume Flora. La prima parte della esplorazione non portò frutti: dei briganti neppure l'ombra.

Nel santuario di Nethuns, invece, dopo un'offerta affidata alle acque ed una ricerca accurata, Picus trovò una spada, che si rivelò essere sacra a Hercle (Ercole) protettore dei popoli italici e apparsogli in sogno durante la notte. Un presagio fausto e importante per il nobile piceno...

Proseguendo l'esplorazione dei boschi intorno alla città si ha infine un contatto con i briganti che si rivelano più ostici e pericolosi del previsto. Nonostante la loro inferiorità numerica, il tentativo di catturali vivi (auspicato dalla Sibilla) provocò molti feriti fra le guardie e fra i nobili membri della spedizione. Il mio intervento, per quanto tempestivo, non riuscì a curare tutti e fu quindi necessario tornare in città e rivolgersi al tempio ed alle guaritrici, come Vania l'erborista e Nadira la cartaginese. Alla fine i sacrifici agli dei furono graditi ed efficaci e tutte le ferite vennero sanate.


Nel frattempo anche i celti perlustrano i dintorni della città; frutto delle loro esplorazioni, una vecchia mappa ben celata, che li avrebbe potuti condurre al tesoro frutto delle razzie dei loro padri, nascosto decenni addietro nelle terre circostanti. O almeno così dicevano voci o insistevano alcuni... Forse una errata interpretazione dei segni su di essa riportati rese però alla fine infruttuose le loro ricerche... il tesoro era probabilmente solo una leggenda oppure nascosto in un luogo irraggiungibile perché nessuno riuscì a trovarlo...


Più tardi in città ci si preparava a festeggiare il giorno del mercato. Una serie di danze e spettacoli avrebbero allietato il pomeriggio. Alla fine anche duelli rituali e sfide fra nobili per la gioia del popolo di Velx. Il Nobile Sekunte Masni, era rientrato in città da un viaggio che lo aveva portato nei suoi possedimenti a nord di Velx e aveva immediatamente preso parte ai festeggiamenti.

Tutti, da Arunte il barbiere a Velthur la guardia, da Larce l'Oste a Sekunta e le sue figlie, dall'aulete al fabbro, si apprestavano a fare festa...

E quando Usil, il sole, scomparve dietro i monti ci si radunò per un ricco banchetto... la felicità e la serenità sembrava essere presente in tutta la città; ma il tutto era solo apparenza.


Vulca deluso per via della punizione, e considerandosi vittima piuttosto che causa di guai, ulteriormente alterato dal fatto che non era riuscito a trovare nulla durante le esplorazioni e che aveva perso, con la morte di Vel Vanno, uno dei suoi più cari amici, stringeva, durante la sera, un patto con i Celti, neri nel cuore per l'odio nei confronti dei nobili rasna: egli avrebbe aperto le porte della città e li avrebbe aiutati, al calare delle tenebre, a vendicarsi, facendola, a dir suo, pagare ad alcuni nobili e guardie che lo avevano insultato o aggredito verbalmente.

Adiatorix, Talam e gli altri, pur annuendo, avevano in mente un piano tutto loro...

Infatti, le pitture di guerra e il rito che fecero non era dedicato ad alcuni rasna in particolare, ma a tutti... nessuno sarebbe sfuggito alla loro vendetta! Questo giurarono ai loro dei, di fronte al fuoco del loro accampamento, appena fuori le mura...

Ma anche in questo terribile piano accade un imprevisto. Infatti, mentre io stesso stavo accompagnando l'aulete verso la locanda, mi trovai ad aprire una porta che dava su un cortile esterno e vidi alcuni guerrieri celti, armi alle mani e viso dipinto... la sorpresa fu di entrambi ed io feci giusto in tempo a richiudere la porta e dare l'allarme.

Ma era comunque troppo tardi, e pur se i tempi ed i modi non erano quelli concordati, l'attacco riuscì, anche se in modo parziale, e ben presto i corridoi si riempiono di caduti, anche perché molte delle lanterne erano state spente dagli attaccanti per confondere ulteriormente l'eventuale difesa...

Nel trambusto non viene notato che Vulca prendeva parte personalmente alla lotta, ma colpendo alle spalle i guerrieri rasna che difendevano i punti strategici. Purtroppo per lui, prima di morire uno di loro, colpito alle spalle, il nobile Sekunte Masni, lo accusa di tradimento... le guardie non ci mettono molto a capire la situazione e lo colpiscono a loro volta, pur non in modo mortale.

Vulca fugge nella notte e alcuni soldati si lanciano al suo inseguimento. Alla fine però, stremato, ferito e abbandonato da tutti, dopo una strenua difesa, viene raggiunto ed ucciso.

Anche i Celti vengono braccati ed uccisi uno ad uno; la sorpresa iniziale insufficiente a compensare l'inferiorità numerica... E' Pincios, una delle donne celte, l'ultimo baluardo della resistenza; vistasi circondata e disperata, piuttosto che cadere prigioniera, lanciando un urlo agghiacciante ed una maledizione, si toglia la vita da sola con il pugnale. I guerrieri rasna la osservano con un misto di sollievo e ammirazione...

Così infine torna la quiete nella città, ma a caro prezzo: i morti sono numerosi e il resto della notte è dedicato a recuperare le salme per prepararle alla sepoltura.


Alle prime luci dell'alba, su richiesta dello Zilath decido di sacrificare un agnello e vaticinare.

Il sacrificio si compie in modo corretto e i segni sono fausti. Il male è passato, e anche se a caro prezzo, la pace è tornata.

La storia rasna di Velx aggiunge un chiodo al suo albero sacro e Northia, dall'alto, ci osserva... lei sa cosa ci aspetta, ma noi comuni mortali riusciamo a leggere il futuro solo parzialmente ed in modo frammentario.

Cosa ne sarà del popolo di Velx? E di coloro che hanno vissuto in questi giorni nella sua bella lucumonia? Solo il tempo potrà dircelo; ho avuto delle visioni, vaghe e brumose e forse è meglio non rivelarle... molti potrebbero restarne terrorizzati ed il nostro popolo ha ancora bisogno del sorriso e della speranza per poter andare avanti...